25/05/2020

LA NUOVA CASA

Michele aveva dovuto lottare parecchio per convincere Giovanni e Filomena, i suoi genitori, a seguirlo nella nuova casa.

La prima volta che aveva affrontato l’argomento il padre lo aveva subito zittito:

“Qua so ‘nnate e qua me vuje murì” gli aveva detto guardandolo dritto negli occhi e poi, con uno sguardo alla moglie che non lasciava nessun dubbio d’interpretazione, aveva aggiunto: “E la moje armane ‘ng lu marite!” Ma Michele conosceva bene suo padre e aveva deciso di dargli tempo, cercando di convincerlo senza contrariarlo troppo. Era sempre il patriarca, l’ultima parola doveva essere la sua o almeno così doveva sembrare!

“Hai ragione papà, ti capisco. Questa è la casa dove sei cresciuto, la casa dei nonni, anch’io ci sono molto affezionato. Ma vedi papà, io devo guardare al domani, al futuro, e il futuro si chiama “Le Quote”. La ferrovia ha portato ricchezza, hanno spostato tutte le fiere di fronte alla stazione e dovresti vedere come si sta sviluppando il paese, strade, villini, giardini pieni di rose…tanto che si dice che il Re abbia già autorizzato il cambio del nome, tra poco Le Quote diventerà Rosburgo!”

Michele parlava al padre con lo slancio di un giovane che progetta e sogna una nuova vita: “Papà, sono sicuro che farò fortuna, la richiesta di legname aumenterà e io potrò costruire un deposito sul mare, “Le Quote” crescerà, lo dicono tutti, mentre il paese nostro, invece, è destinato a spopolarsi, perché non è facile da raggiungere. Hai visto quanto ci mettiamo con il carro con tutte quelle salite e discese! Un treno non ci potrà mai arrivare quassù e pure l’acqua: è difficile portare le condotte sopra alla collina, mentre a” Le Quote” già stanno realizzando l’acquedotto.”

Giovanni ascoltava in silenzio, lo sguardo fisso verso l’antico campanile; quel figlio così intraprendente lo spaventava un po’, ma allo stesso tempo percepiva una sorta di verità nei suoi discorsi, una parte dentro di sé era d’accordo. Ma come staccarsi da quella piazza da quei tetti conosciuti tutti, uno per uno, da quell’orologio, da quelle campane? In un primo momento aveva pensato che anche Filomena non volesse lasciare il paese, ma si era dovuto ricredere: lei era pronta a mollare tutto, a trasferirsi, anzi non vedeva l’ora di avere tutte le comodità di una casa nuova e credeva ciecamente nelle parole del figlio: sarebbe stato un grande miglioramento per tutta la famiglia.

Michele stava un po’ di giorni senza parlarne e poi tornava all’attacco.

Sapeva che il padre, in cuor suo, avrebbe voluto essere un padrone vero, di vecchia generazione e non un mezzadro arricchito di beni e terreni che si era costruito con tanto lavoro, sì, ma anche con una grossa fetta dell’eredità della zia Splendora, vedova senza figli di un noto proprietario terriero dell’Abruzzo Citeriore.

Michele sapeva anche che Giovanni soffriva per la sua scarsa cultura e che avrebbe voluto imitare i comportamenti e le scelte dei grandi signori, quelli colti, quelli nobili che avevano studiato e non

avevano avuto bisogno di lavorare mai, quelli delle famiglie che, da sempre, possedevano le terre e che ogni tanto vendevano qualche lotto ai nuovi ricchi.

Era successo così pure per il lotto che aveva acquistato al mare e che aveva regalato a Michele per le sue nozze insieme a quasi la metà del suo denaro. Lo aveva comprato per imitare Don Gino Marozzi che incontrava spesso nei periodi di raccolto e che si fermava sempre volentieri a parlare con lui, a bere un bicchiere di rosso e fare una partita a briscola. Giovanni a briscola era imbattibile. Don Gino lo canzonava sempre: “Sei fortissimo Giuvà! A te è mancata solo la scuola, con un po’ di studio in più avresti superato tutti, pure i Sodini! Hai un forte intuito e si vede. E di questi tempi chi ha intuito fiuta l’affare e l’affare si chiama” Le Quote”. Oggi compri a dieci e domani rivenderai a cento. Stanno rivendendo dei terreni dell’ultima lottizzazione. Io ho già comprato due quote. Compra pure tu, fai come me!”

E Giovanni aveva comprato, controvoglia, ma aveva comprato, con la scusa delle nozze di Michele e la speranza che Michele avesse presto rivenduto. Ma non era andata così. Michele aveva subito pensato alla costruzione della casa nuova, aveva commissionato progetti e preventivi e trovato un mastro che veniva da Macerata, un esperto di fondamenta vicino al mare e di volte a cielo di carrozza. Si erano accordati e i lavori erano iniziati molto velocemente. “Papà, la casa sarà terminata entro due anni. Ci sto facendo mettere il legname migliore, sarà una meraviglia! Pure il dottor Castelli e l’avvocato Prosperi andranno a vivere alle nuove abitazioni di “Le Quote” entro Natale. Dicono che le case hanno le stanze fresche d’estate e calde d’inverno perché costruite con la nuova tecnica: mattoni, malta e paglia per far respirare le mura e non far salire l’umidità del mare. I contadini porteranno dalle campagne ogni giorno le derrate fresche, con i carri, giù per la strada che scende dal lavatoio e le donne dovranno passare a ritirare i panni da lavare e a portare il pane un giorno sì e uno no. Quelli sì che sanno fare i padroni!”

Michele citava le famiglie più importanti e rispettate della zona sicuro di convincere il padre a fare lo stesso. “Pensa ai Rutini, papà, quanta terra possiedono verso Atri, verso Notaresco, tutta la zona del Vomano sotto a Cellino? Eppure hanno scelto “Le Quote”. Se vedessi la loro casa, uno spettacolo…nel giardino hanno messo anche due palme, sì quegli alberi che stanno in Africa…tutto il giardino recintato, il cancello di ferro battuto, proprio bella! E poi le strade con le fontane con l’acqua potabile e la chiesa nuova che stanno costruendo proprio vicino la terra che abbiamo comprato noi. Papà mi dispiace, se tu e mamma non volete venire, mi dispiace tanto, ma a casa nuova ci andremo io e Rosina: è lì che vogliamo far nascere i nostri figli.”

Le tecniche di convincimento di Michele durarono meno di un anno e furono accompagnate da visite frequenti a “Le Quote”. Michele prendeva il carro e con scuse varie chiedeva al padre di accompagnarlo alla marina, in realtà sapeva che nessuno avrebbe potuto resistere a quella vista: il mare azzurro che si faceva sempre più vicino man mano che si scendeva, il bianco delle vele delle barche dei pescatori, il verde intenso delle macchie di vegetazione che incorniciavano la spiaggia e l’odore salmastro e pungente che si respirava nell’aria e che apriva i polmoni ed il cuore .E poi bastava voltarsi verso le montagne per ritrovare i contorni del campanile e delle case dell’antico borgo e farsi abbracciare dalla dolcezza di quei leggeri pendii e di quelle linee ondulate e morbide.

Giovanni molto lentamente si cominciò a ricredere e s’ innammorò anche lui di quei paesaggi luminosi e selvaggi. Della casa nuova lo colpirono le terrazze: si vedeva proprio tutto da quelle terrazze, s’immaginò seduto d’estate sotto una frescura a osservare il cielo, il mare, le montagne e anche il suo paese, s’immaginò vecchio a guardare i nipoti o a giocare a briscola con i suoi amici.

Un giorno nel tardo pomeriggio, mentre Michele stava parlando con i mastri per la decorazione dei soffitti della casa quasi pronta, Giovanni uscì sulla terrazza e si mise seduto ad ammirare la vista del tramonto. Il cielo era di un rosa bellissimo con sfumature che arrivavano all’arancione e al viola, il campanile della chiesa nuova, rimaneva in ombra e sembrava dipinto. Tutta la collina dietro era diventata d’oro e, in cima, il suo paese sembrava un castello delle fiabe con uno spicchio di luna pronto ad accendersi. Anche il mare si era truccato coprendosi di mille riflessi e di una luce così intensa e magica che avvolgeva lo sguardo in una specie di incantesimo. Giovanni sentì una pace profonda dentro di sé ed un senso di appagamento che non aveva provato prima.

Quel giorno decise di lasciare il borgo natio e andare a vivere a “Le Quote”.

Così, quando la casa fu pronta, tutta la famiglia traslocò, Michele dovette cedere solo su due punti: ogni mese avrebbe accompagnato con la carrozza la mamma al cimitero del paese per onorare i defunti nella cappella di famiglia; la vecchia casa non si sarebbe venduta, almeno fino a quando Michele fosse rimasto in vita, poi avrebbero deciso i suoi figli, visto che Michele, figlio unico, aveva già annunciato la prima gravidanza di Rosina:

“Dai prendiamo i bicchieri e faceme nu brindise a ‘sta nuova criature…sarà…. nu qotarule”!

Questo credo sia più o meno successo nella famiglia del mio trisavolo che nel racconto ho chiamato Michele e che è stato il fondatore della casa dove vivo e dove ho aperto nel 2006 il mio beb “Casa De Angelis”.

Ancora oggi nel dialetto locale i cittadini di Roseto degli Abruzzi vengono definiti “qotaroli”.

Brevi cenni storici sulla nascita di Roseto

Nel 1857, la Chiesa Ricettizia di Montepagano decise di promuovere un progetto di inurbamento. Il 22 maggio 1860, con atto notarile, l’ente suddivide il proprio possedimento alla Marina in 12 lotti, allora denominati “quote” e li destina ad altrettante famiglie. Successivamente

i terreni vennero ulteriolmente lottizzati e venduti dalle stesse famiglie alle quali erano stati assegnati.
Il 22 maggio del 1887, con un decreto di Umberto I, Re d’Italia, l’area oramai abitata cambia la sua denominazione da Le Quote in Rosburgo.

Per esigenze demografiche l’anagrafe di Rosburgo fu ampliato nel 1909. Nel 1924 Il Comune si insedia definitivamente lasciando la sede paganese. Il 20 febbraio 1927, con decreto del re

Vittorio Emanuele III, Roseto degli Abruzzi acquisisce la sua attuale denominazione, abbandonando il nome di Rosburgo.

 

di: Maria Adelaide Rubini

Casa De Angelis Bed And Breakfast