07/07/2020

ATRI E IL ROMANICO ABRUZZESE

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Arroccata su uno sperone roccioso, a meno di dieci chilometri dal mare, Atri è uno dei borghi più belli del territorio teramano.

L’antica Hatria, città dei Piceni, avrebbe dato il nome al mare Adriatico. La contesa è con la città veneta di Adria, tuttavia il legame con il mare, qui ad Atri, è certo ed è documentato dai ritrovamenti di monete con pesci e ancore battute nel IV secolo a. C.

La visita della città ducale non può che partire da piazza Duomo, quasi un “approdo naturale” per chi arriva. In questo slargo quadrangolare, di fronte al piccolo ma incantevole Teatro Comunale, “copia ridotta” del Teatro alla Scala di Milano, si affaccia la Cattedrale, ultimata nel 1305, dedicata a Santa Maria Assunta e sorta sui resti di un impianto termale romano. Sotto al presbiterio, grazie ad alcune lastre di vetro, si possono ammirare i resti di un pavimento a mosaico di epoca romana del II o III secolo d. C.

La chijse de Sanda Marije, come viene chiamata dagli atriani, ha quattro portali, uno sulla facciata e tre sul fianco destro; il primo di questi sul fianco è la Porta Santa, aperta ogni anno a metà agosto: dopo un ampio corteo, che si conclude davanti alla Porta Santa, il Vescovo, dapprima sosta in preghiera e poi bussa alla porta ed accenna ad aprirla. A quel punto, dall’interno, due ministranti la spalancano e rendono possibile l’accesso per la Perdonanza.

L’interno è a tre navate, concluso dall’abside quadrata affrescata. La grande meraviglia di questa chiesa è negli affreschi, e soprattutto nell’affresco, capolavoro assoluto, che ricopre totalmente le pareti attorno all’altare, realizzato nella seconda metà del Quattrocento dal pittore marsicano Andrea De Litio.

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Sul retro della Cattedrale si apre il chiostro medievale, di origine cistercense, attorno al quale di sviluppano le sale del Museo Capitolare con i suoi codici miniati medievali.

Molto interessante da visitare è la conserva d’acqua, edificio al cui interno si trova una cisterna romana del II secolo che alimentava le terme.

Terminata questa prima visita, si ritorna all’esterno per sorseggiare un caffè a un tavolino del Caffè del Teatro, o per acquistare, in una delle botteghe di prodotti tipici locali, “l’oro nero d’Abruzzo”: la liquirizia, di cui la regione, e soprattutto Atri, vanta una centenaria tradizione della produzione.

Dalla piazza del Duomo, percorrendo Corso Adriano, la via di botteghe, bar, negozietti, ma anche dei piccoli vicoli che da esso si diramano verso angoli nascosti della cittadina, si raggiunge piazza Marconi, dove sorge il Palazzo dei duchi Acquaviva, attualmente sede comunale. La città, di origine romana, dopo essere appartenuta ai Longobardi, ai papi, agli Svevi e agli Angioini, divenne feudo degli Acquaviva, nel regno di Napoli.

Prima di lasciare Atri, non può mancare una visita al suggestivo parco dei Calanchi, Riserva Naturale Regionale “Calanchi di Atri”, una meraviglia della natura a pochi chilometri dal centro abitato.

I calanchi sono forme di erosione delle colline con terreni di tipo argilloso, perché l’argilla tende ad essere sciolta facilmente dall’acqua piovana, formando vere e proprie sculture naturali. Note come bolge dantesche o unghiate del diavolo,li Ripe”, come vengono chiamate in dialetto, formano una sorta di paesaggio lunare di grande suggestione, alla cui vista il fiato si mozza dall’emozione.

 

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Ma Atri non incanta il visitatore soltanto sotto i cieli d’estate, o nell’aria tersa e frizzante di primavera, Atri affascina anche nella notte tra il 7 e l’8 dicembre: la Notte dei Faugni, una notte mistica, tra sacro e profano.

I “faugni”, faégnë in dialetto, sono fasci di canne alti alcuni metri e tenuti insieme da legacci o corde: ma ora scopriamo il legame con la città.

La tradizione risale al periodo preromano, quando la città era capitale del Piceno del sud e venivano organizzate feste del fuoco in onore di Fauno, la divinità pagana associata alla fertilità della terra, che erano di buon auspicio per l’attività contadina.

Tutto inizia la sera del 7 dicembre, quando in piazza Duomo viene acceso il grande falò che arderà per tutta la notte, fino al mattino successivo. Dopo la benedizione del fuoco, alle 19.00, inizia la festa, che va avanti per tutta la sera e la notte, con spettacoli, concerti, degustazioni di prodotti tipici, aspettando l’alba dell’8 dicembre. Al rintocco del campanone della Cattedrale, alle 5 del mattino, tutti gli atriani si riversano in piazza Duomo e sfilano in corteo, ognuno abbracciando il proprio Faugno. Intorno alle ore 6.00 la processione termina il giro là dove era partita, e i “mozziconi” di ciascun Faugno vengono buttati tra i resti ardenti del falò, celebrando in questo modo il solstizio atriano, la notte più lunga dell’anno.

Atri può essere anche il punto di partenza di un itinerario tematico, alla scoperta di altre due chiese romaniche d’Abruzzo.

Si scende sulla costa teramana, e dopo un breve percorso sulla Statale 16, in direzione nord, si imbocca la statale del Vomano fino al piccolo borgo di Morro d’Oro, dove è situata la splendida abbazia di Santa Maria di Propezzano, la chiesa “sorta per miracolo”. La leggenda vuole che sia stata costruita in seguito alla miracolosa apparizione della Madonna, il 10 maggio del 715, data che viene ricordata ogni anno con l’apertura della Porta Santa situata sulla facciata.

A un primo sguardo, la chiesa ha un aspetto molto particolare, a causa della facciata irregolare, frutto di varie trasformazioni. Ma, entrando, l’irregolarità si tramuta in un interno perfettamente regolare.

Bellissimo il chiostro, con cinque arcate per ogni lato e le lunette affrescate.

 

Santa Maria di Propezzano

Santa Maria di Propezzano-interno

 

Dopo aver goduto della visita di questa meraviglia medievale, si ritorna sulla Statale del Vomano, e a poco più di tre chilometri si incontra il bivio che sale a Guardia Vomano, frazione di Notaresco, dove si trova un altro capolavoro del romanico abruzzese: la chiesa di San Clemente al Vomano, fondata nel IX secolo.

San Clemente al Vomano

 

Nella facciata si apre un portale romanico in pietra attraverso il quale si accede all’interno, suddiviso in tre navate. Di fronte all’abside maggiore si innalza un altare sormontato da un antico ciborio, l’opera d’arte che da sola vale la visita a San Clemente. Completamente rivestito da una sofisticata decorazione in stucco con intrecci, figure e animali fantastici, risale alla metà del XII secolo e secondo gli studiosi è l’esempio abruzzese più antico di questo particolare arredo delle chiese medievali.

L’Abruzzo è terra da scoprire.

Articolo redatto da Conchita Ventura

B&B Fonte di Boffa